Non ho mai negato di essere una persona superficiale, e non ho nemmeno mai negato il mio fermo scetticismo in quelle cose riguardanti destino ed astri. Ma certi giorni ti mettono davvero a dura prova ...
E’ molto che non scrivo sul blog, principalmente perché sono stato abbastanza impegnato tra scartoffie burocratiche per il completamento del mio corso di studi: tirocinio e elaborato finale. Ad ogni modo voglio raccontarvi questi ultimi tre giorni, in cui la mia pazienza è stata messa a dura prova e i fatti hanno dimostrato che le lezioni di vita esistono davvero.
Sperando d’essere meno pirla d’ora in poi, ecco a voi l’epopea.
lunedì 19 settembre 2005
Finalmente decido di informarmi per la laurea specialistica dopo questo triennio, peraltro ancora solamente un dubbio nella mia mente. Pochi minuti dopo raccolgo le braccia dal terreno: ho appena scoperto che il termine ultimo per la preiscrizione è il 10 settembre 2005, e non ci sono modi per recuperare la cosa.
Panico. Poi svanisce e prende piede una fortissima delusione: mi sento un deficiente, per il mio continuo posticipare ogni cosa, per la mia incredibile superficialità in occasioni che non la tollerano. "E ora come lo dico ai miei?"
martedì 20 settembre 2005
Dopo aver mandato un pochetto giù il groppo in gola e dopo averne discusso con mia madre (il papà credo ne sia ancora allo scuro), mi rimbocco le maniche e contatto chiunque possa aiutarti, compresi rami mafiosi. Vengo a conoscenza di non essere l'unico in questa situazione e che esiste un modulo di "esposto" che, presentato in segreteria di via Celoria, può dare la possibilità di rientrare in ritardo. Chiamo subito la segreteria di via Comelico, mi dicono che devo presentare il documento prima di pagare il bollettino; cancello ogni dubbio e preparo tutto il necessaire per l'indomani mattina. Speranza ritrovata, morale leggermente salito.
mercoledì 21 settembre 2005
Spavaldamente, esco di casa diretto alla stazione di Treviglio ... pronto per la giornata salva-culo. Eppure non pensavo che sarebbe stato tutto diverso da come avevo preventivato.
Si parte con un ritardo di 30 minuti sul 10.15, cosa che comincia a preoccuparmi visto che la segreteria di via Celoria (ad una quindicina di minuti dalla stazione di Milano Lambrate) chiude per le 12; confido nel mio passo svelto una volta raggiunto il suo della metropoli e cerco di non andare in agitazione.
Alle 11.30 sono nella segreteria, piena di calore, sudore, umanità sofferente, e tanti ragassini pronti ad iscriversi al primo anno. Sento un più che giusto senso di superiorità, quello che tenti di far valere quando sei in quinta liceo e arriva il primo, o sei in terza media e arriva il pischello dalle elementari. Faccio la canonica fila e dopo 10 minuti, alle 11.40, parlo con una cinquantenne bassa, grassa, con i capelli tinti in modo pietoso e i denti ingialliti dal fumo. Panico. Diversamente da come mi aveva detto, in modo categorico, l'impiegato dell'altra segreteria contattata il giorno precedente via telefono, mi sarei dovuto presentare con un bollettino postale di 30 euro già pagato. Panico. Pezzi di merda, non sapete neanche dare informazioni. La signora, in modo abbastanza rude, mi fa capire che le sto facendo perdere tempo e mi liquida con un "Paghi il bollettino e torni qui entro 20 minuti, perchè noi chiudiamo. E oggi è l’ultimo giorno utile". Mi sposto, borbotto qualche insulto perchè mi pare giusto, e cerco di raccogliere le idee. Apro il portafoglio: conto a malapena 20 euro in contanti, non ho il bancomat (carta rotta la settimana scorsa). Ritorno dalla vecchia e in modo alquanto scocciato le faccio capire che ero stato informato male, lei non ne vuole sapere e mi dice di andare dal capo ufficio, al piano superiore.
Davanti alla stanza c’è un’altra ragazza, faccio due chiacchiere per sciogliere i nervi e scopro che nonostante abbia pagato la tassa il computer centrale dell’università non è dello stesso parere: la tipa è scocciata, e cerca forse di mostrare quanto la sua situazione sia problematica … peccato che due minuti dopo si deve ricredere … la mia storia ha del surreale e termina con “Bhe, a sto punto perderò un anno per la mia superficialità e l’incompetenza di quell’altro impiegato” … lei sbigottita e incredula continua a ripetermi che ci deve essere un’altra soluzione. Lo spero anche io, ma so che non è così. Dopo pochi minuti posso entrare nell’ufficio. Il capo è una signorina sui trent’anni, capelli biondi ricci, occhi larghi di un blu davvero profondo, mai visto niente del genere. Si dimostra abbastanza acida in certi frangenti, sottolineando che quello più nel torto sono io con il mio ritardo; ovviamente annuisco con uno sproloquio di scuse. Ad ogni modo, appena scopre che l’altra segreteria non solo mi ha detto la cazzata riguardo al bollettino posticipato ma non mi ha nemmeno informato che oggi era l’ultimo giorno utile, afferra il telefono e comincia a insultare in modo elegante (abilità rinomata tra i cosiddetti capi) qualcuno dall’altro capo, evidentemente responsabile del settore burocratico di Comelico. Messa giù la cornetta, mi fa più o meno gentilmente capire che non ci sono molte alternative: devo pagare questo bollettino e consegnarlo, insieme ad un altro modulo (fortunatamente fornitomi all’istante), entro e non oltre oggi. Vi giuro che è brutto trovarsi in queste situazioni, dire che non si hanno 30 euro nel portafoglio e neanche una carta bancomat, rotta la settimana prima. L’abile consiglio della capoufficio è: “Chiedili a qualcuno” … non fa una grinza, peccato che la veste di beggar non mi si addice, e nessun mio amico è presente a darmi il sostegno necessario. Ormai la segreteria al piano di sotto sta chiudendo e sinceramente non vedo una soluzione, quando la signorina dagli occhi blu mi allunga la vita di un’ora: “Senti, ci vediamo qui per le 12.50. Cerca di portarmi la ricevuta del bollettino, se no non si può far nulla. C’è un ufficio postale in via Pascoli, mi sembra … chieda indicazioni, quello lo può fare, no?”. Non prendo molto sportivamente la frecciatina, visto che quando vengono messe in discussione le mia capacità senza che vengano testate mi incazzo alquanto. Ad ogni modo ringrazio ed esco.
Scendo le scale, mi trovo fuori dall’edificio … guardo dei sacchi dell’immondizia e non ho proprio alcuna ispirazione: “Che cazzo faccio adesso?”. Informo mia mamma per telefono delle varie vicissitudini e le chiedo tutti i dati della mia carta postepay, ovviamente lasciata a casa (chi penserebbe di doverla utilizzare, se non per l’e-commerce spaparanzato sulla poltrona del pc?). Ora è il momento di chiedere dove sta questo benedetto ufficio postale.
- Coppia di signori ben vestiti, probabilmente docenti? Chiedo … riposta: non sono di milano.
- Poco invitante e alquanto brutto signore del parcheggio, con giacchetta arancione fosforescente diventata ormai di moda, quasi regalasse una sorta di autorità. Chiedo … risposta (in una lingua che assomiglia all’italiano): non lo so, è il mio primo giorno qui.
Comincio a muovermi nella direzione del politecnico, unica indicazione sommaria datami dalla capoufficio. Mentre mi dirigo verso il parco, fermo chi mi sembra potenzialmente utile
- Coppia di ragazzi, verso i trenta. Chiedo … risposta: uno dice di non essere di milano, l’altro sa finalmente dirmi d’attraversare il parco e andare nella via nell’angolo opposto a dove siamo ora. E’ già qualcosa.
Attraverso il parco e comincio a rendermi conto che non sarà poca la strada che devo fare. Comunque mi servono ulteriori indicazioni, perché finito il parco so solo quale via imboccare, ma niente di più.
- Ragazzo trentenne tipicamente vestito ancora dalla mamma, quello stereotipo da pubblicità. Chiedo … risposta: non sa dove si trovi l’ufficio postale, ma mi conferma la direzione per via Pascoli.
- Una signora poliziotta! Il rigore della legge, la disponibilità verso il cittadino, e anche donna! “Sono a cavallo” penso. Chiedo … risposta: mi conferma anche lei via Pascoli, poi attraversa un breve periodo di trance e improvvisamente dice di ricordarsi di un ufficio postale; mi spiega indicativamente di andare dritto e ad un certo punto girare a destra. Sono al punto di prima: Milano non è Treviglio e le vie sono larghe un’infinità e lunghe ancora di più.
Imbocco finalmente via Pascoli: è la tipica via milanese … un’interminabile ammasso di macchine parcheggiate, asfalto, alberi a centro strada, e orizzonte non percettibile. Entro nel primo bar che incontro:
- Sorridente signora cinquantenne, davvero cortese. Chiedo … risposta: indicazione praticamente perfetta. Stavolta mi è andata la grande. Peccato che alla domanda “Quanto dista? Cinque minuti?” non sembra essere dello stesso parere … poi si corregge dicendo “Bhe, dipende dal suo passo …”.
E’ un invito a nozze, sfodero il mio passo felpato sfrutando le gambe lunghe e dopo non molto arrivo nella zona in cui avrei dovuto svoltare. Chiedo ad un’altra signora, fermandola e facendole così perdere il semaforo verde dell’attraversamento pedonale (a Milano è una ricchezza). Ormai sono vicino. Nel giro di cento metri lo vedo, l’ufficio postale … entro fiducioso.
L’ambiente è piccolo e sviluppato in larghezza, affacciato sulla strada con grosse vetrate invece che muri: questo in una città come Milano può essere scenografico ma assai rischioso … nonostante il freddo di questi ultimi giorni, la metropoli si conferma sempre 5 gradi sopra alla temperatura media. Mentre l’effetto serra e i raggi ultravioletti mi stanno bruciando vivo, avanzo lentamente in coda. Una vecchietta, molto più larga che alta, fatica a camminare ed è proprio quella davanti a me. Comincio a soffrire di nervosismo e il “blocco” stradale non fa altro che peggiorare la situazione. Fortunatamente si libera uno sportello a fianco, tocca a me e mi ci fiondo. La domanda è semplice: “Posso prelevare i soldi che ho sulla mia carta Postepay? Ho qui tutti i dati, sono l’intestatario e ho anche i documenti per verificarlo”. La commessa sembra dirmi di sì, ma poi si rende conto che in verità non ha capito la mia domanda e mi invita a ripeterla. L’attimo, l’illusione, dura così poco. La risposta è no, e detta anche in coro al collega ficcanaso vicino a lei. Nonostante reputi questa cosa una grande cazzata, esco salutando cortesemente. Che dire … ricado in una depressione misto rabbia contro e solo contro me stesso che è indescrivibile. Il fatto che quel segretario di Comelico mi abbia dato l’informazione sbagliata che alla fine ha sputtanato tutto non riesce a consolarmi, quasi non mi rendo conto dell’importanza che abbia in tutta questa faccenda … sono solo in grado di vedere la mia superficialità. L’amarezza è tanta. Chiamo di nuovo mia madre, per dirle che a questo punto non posso davvero fare più niente; ovviamente non sprizza di gioia ma non mi dà neanche del pirla, evidentemente capisce che non avrebbe senso farlo ora. Decido comunque di tornare dalla capoufficio, per dirle che non sono riuscito a fare questo bollettino e che quindi perderò un anno, aspettando settembre06 per iscrivermi a questo biennio di specialistica.
Quando suono al citofono della capoufficio, mi aprono subito. Salgo le due rampe di scale e le comunico la triste novella. Tento di spiegare quanti imprevisti, quante cose siano intervenute in tutta questa epopea che non dipendessero da me, nonostante sia tutto partito da un mio ritardo. Mi ferma quasi subito, non interessata a sentire il mio racconto (non la biasimo) e si ferma, in posizione pensante. Comincia a spiegare che non è affatto giusto che io non riesca a consegnare questa benedetta domanda, perché oggi è dopotutto l’ultimo giorno disponibile e come tale mi dà il diritto di provarci fino in fondo. Sta di fatto che mi infonde nuova speranza: mi chiede se sono in grado di tornare per le 15.30, con il bollettino pagato, il libretto universitario fotocopiato e il piano di studi stampato (dettagli che fino a quel momento avevo fatto passare in secondo piano, ma non meno importanti e di cui ero sprovvisto). Faccio due rapidi calcoli, penso agli orari dei treni, alla mia velocità in bici e alle poste centrali di Treviglio. Fiducioso dico di potercela fare, e ci salutiamo.
Comunico la novità a mia mamma (che ho praticamente sempre tenuto informata degli sviluppi) e con lei mi accordo di trovarci direttamente alle poste, con i soldi e il libretto, in modo da risparmiare più tempo utile. Arrivo a Lambrate, spendo altri 5 euro e 20 per assicurarmi andata-ritorno e aspetto il mio treno, mangiandomi una piadina arrotolata appena acquistata al bar della stazione. Niente di che, ma passabile, visto che non mangiavo niente dalle 8. Ovviamente sul treno si dorme, in modo categorico.
Giunto nella ridente città trevigliese, impugno la bici e mi lancio verso le poste, dove mia mamma ovviamente c’è e mi passa i testimoni. Ho solo 20 minuti prima che il treno utile passi per la stazione Centrale appena lasciata: faccio tutto abbastanza velocemente, fotocopie comprese. Alle 14.05 sono già pronto per prendere il treno che di lì a 10 minuti sarebbe passato ma … ovviamente Trenitalia mi vuole bene e, mantenendo una coerenza degna del miglior filosofo, mi regala un altro ritardo: stavolta non 30 minuti come la mattina, ma solo 15. A questo punto comincio a pensare che forse c’è davvero qualcuno o qualcosa che mi sta cercando di allontanare da questa cazzo di specialistica: troppe coincidenze, troppi fatti assurdi, troppi imprevisti. Io ho i piedi per terra e non credo in niente che non riguardi la grande legge del causa/effetto (in questo caso probabilmente interpretabile in “sei un pirla, questo è quello che ti meriti”). Il treno arriva in orario nel ritardo, cioè alle 14.30. Ovviamente sul treno si dorme, in modo categorico.
Rifaccio per l’ennesima volta la strada Lambrate-via Caloria e mi dirigo verso i fighissimi (qui c’è molta ironia) terminali sifa, degli sgabiotti di un metro, materiali anni 90, utilizzati per accedere e stampare vari stupidi moduli riguardo lo studente. Certamente non poteva andare tutto liscio: per cinque volte, dico cinque, effettuo il login in una macchina, cerco il documento, lo sfoglio e mando il comando di stampa … cinque volte, una per ognuna delle cinque macchine che ho provato … e tutte mi dicono “MALFUNZIONAMENTO STAMPANTE. Chiamare assistenza”. Volevo provare se un calcio ben assestato poteva essere interpretato come “assistenza”, ma proprio in quel mente il ragazzo che impersona il tecnico di quell’ala universitaria mi vagabonda a fianco. Gli descrivo la situazione e dopo un ovvio “Impossibile” mi invita a ritentare, illustrandomi le locazioni delle centinaia di macchine simili per tutto l’edificio. Alla sesta macchina la stampa parte: ho i documenti, devo solo presentarmi dalla capoufficio.
Sono le 15.25, mi permetto addirittura di arrivare in anticipo ma tanto c’è coda e quindi la “bella figura” (quale non lo so) sfuma sulla sedia in cui mi lascio profondare, poco fuori l’ufficio. La stanchezza è tanta, ho fatto un bel po’ di km a piedi e sinceramente le gambe cominciano a mandarmi a cagare, insieme alla mia coscienza, a mia mamma anche se non lo dice, e a molte altre vocine nella mia testa. Tocca a me, entro e vengo accolto da un simpaticissimo “Finalmente ce l’abbiamo fatta?”. Mando giù perché vedo che comunque c’è meno –frecciatina- in confronto alla mattina, anzi sembra quasi avermi preso a cuore (del resto, se sono lì con la possibilità di iscrivermi in ritardo il merito è solo suo). Consegno il bollettino e in cambio ricevo un ennesimo modulo da compilare: fortunatamente conosco le risposte per tutti i campi, addirittura il numero esatto di crediti che ho conseguito … e alla casella “sesso” metto “M” e non la “X”, come feci alla mia prima compilazione del modulo di immatricolazione del primo anno (lo so, è ridicolo ma evidentemente ero soprappensiero). Quando le porgo il faldone di documenti bello e pronto, mi rendo conto che ce l’ho fatta, che dopo una giornata così assurda alla fine il sottoscritto ha trionfato contro la burocrazia, la propria superficialità e le teste di cazzo che danno le informazioni a metà. Ora c’è solo da correggere il cognome che lei ha messo sulla lettera diretta al rettore: “Io mi chiamerei Paccagnella, non Paganella …”.