venerdì, agosto 21, 2009

Maledico una stagione, per la prima volta forse. Arrivato al limite della sopportazione fisica, rigetto l'afa di Milano dopo aver apprezzato sulla pelle le tiepide serate portoghesi. E la forza dell'oceano. E la squisita modestia degli estranei. In mezzo a facce nuove ho trovato un habitat, privo di quei dettagli che confondono la vista e distraggono la mente.

Sono ufficialmente tornato, così si dice, a pieno regime, ributtato a mare (stavolta metaforico) di faccende e faccenducole. Mi ritaglio del tempo, di quel poco che rimane, la notte prima di andare a letto. Spogliato di ogni cosa, appoggio i vestiti a fianco dei pensieri, tutto disordinatamente accatastato sulla prima sedia utile. Lo faccio con calma, perchè nella forma naturale delle cose tutto è dilatato. Esco di casa ma non troppo, in quel paio di metri quadrati di cemento sospesi nell'aria, brufoli di una fallimentare idea di comun vivere. Eppure è il posto più bello in quel momento, come una vista sull'oceano a Carrapateira, come il lungomare fino a capo Spartivento, come Trastevere da una piccola finestrucola, come Barcellona tra il condizionatore e il congelatore. La schiera di anonimi tetti tra anonime vie di un anonimo paese, proprio davanti a me, sono il massimo del non-tempo che potrei augurarmi. Mi basta un gomito appoggiato, subito seguito dall'altro, la testa pesante incassata tra le spalle e la brezza sulla pelle nuda; mi basta questo, ora, ieri e credo proprio anche domani. Ho il mio habitat, la mia flora e la mia fauna.

Il microclima interno dice che ho rotto una pausa, e l'ho fatto senza volermi chiedere nulla. Perchè di pensieri ne ho fatti, tanti, una coda di alfabeti incollati dietro di me; tanti da potermi specchiare se, in un attimo di infantile spensieratezza, mi mettessi a girare su me stesso, leggendomi nella stessa scia alla base del vortice.

Ho deciso di girare senza coda. La appoggio un attimo tra i jeans e i pensieri, sulla prima sedia utile, al varco del mio balcone, pronto ad assaporare la brezza.
 
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domenica, luglio 26, 2009

Questa non è propriamente la pagina giusta su cui scrivere (un'agenda...), ma in mancanza d'altro va benissimo. Poi è tutt'altra cosa scrivere per davvero, con la antiquata penna, su foglio di carta. Ma la vera goduria è la calma, placida, nel procedere della grafia: non c'è fretta, non c'è bisogno di incastrare più di una necessità alla volta. E così, felicemente ridotto ai minimi termini, scrivo di nuovo dopo 6 (sei) mesi che non lo facevo.

Non è il momento di guardarsi indietro stavolta, perché fine luglio non è proprio l'occasione dei bilanci. Calcolando, poi, che ancora devo andare in portogallo, ancora devo festeggiare il mio primo mese lavorativo, ancora devo emettere la mia prima, vera e propria, fattura, ancora devo innamorarmi … direi che il mento sta dritto davanti, non storto dietro.

Ho proceduto per passi, obiettivi, lasciandomi dietro interrogazioni e dubbi, quesiti e controquesiti. Non lo vedo come un tradimento: quell'io desideroso di risposte è ancora impaziente, scalciante, secco magro dentro di me. Forse solo spiazzato dalla natura mutevole delle domande. Certo è che per quanto riguarda la fame, ha fame. Si arriverà al limite, poco prima di quel punto di non ritorno che distingue una pausa obbligata da una detenzione obbligata (la cattività non giova a nessuno, men che meno al mio io).

Dunque, dicevo, per passi. Ho fatto della fotografia un lavoro, o quasi. Non ho più pianto, né suonato. C'è stata una tesi, interessante e importante. Una laurea con lode, inaspettata, con i festeggiamenti da basso-profilo che mi contraddistinguono. E poi il lavoro. Con la bestia affamata in quasi cattività, ho passato tempo a fare, lasciando da parte il pensare, quasi istintivamente, come un bisogno fisiologico. Assaggiato un boccone, poi subito un altro, e poi ancora. Tutto questo in maniera graduale, crescente, direi fagocitante. Da qui si spiegano cose, in primis il vuoto che ho lasciato qui, riflesso del vuoto distante tra me e me.

Alt. Mi fermo. Avevo detto che, giustamente, fine luglio non è tempo di bilanci. Ed è vero. Perché guardo avanti, perché nel mio procedere per passi il prossimo è riprendere in mano me stesso, quello che ho sospeso e accantonato. Ecco perché ritorno qui, a casa, a dare aria all'affamato io in quasi-cattività.

E che non sia solo un'ora, un'ora d'aria. Perché non ci sono carcerati, non ci sono sbarre, solo spazio in cui spalmarsi.
C'è da decidere la lama … e poi dritto, rovescio … dritto e rovescio ...



(scritto tratto dalla pelle di un Moleskine, nuovo compagno di viaggio)
 
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sabato, luglio 25, 2009



Prima o poi, si ritorna sempre a casa.
C'è solo da capire cosa è "casa" per ognuno di noi.



Dunque, scriverò.
 
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mercoledì, gennaio 21, 2009



Non sarebbe originale ripetere che non scrivo da mesi, che sto trascurando il blog. Che poi, non è nemmeno questione del blog o meno, è questione che scrivere qui è sempre stato, per me, un modo per scrivere una lettera in cui mittente e destinario erano praticamente la stessa persona. La conseguenza è dunque una taciturna sopportazione di me con me, senza scambi di parole, ormai un matrimonio a carburante inerziale, tipo non scambiarsi un bacio finita la colazione, non una carezza prima di addormentarmi. Che io stia quasi ritornando ad una posizione fetale durante il sonno non c'entra, ma che la solitudine sia un concetto più complesso di quanto sembri invece, sì, è importante.

Ad ogni modo, non dovevo fare la solita premessa ma alla fine ci sono cascato. Non scrivo da secoli, millenni, e via dicendo. Per sbloccare un digiuno non previsto, non richiesto, non gradito, c'è voluta una canzone. Che poi, se vogliamo dirla tutta, sto persino smettendo di ascoltare; no, non le persone, quelle sono quasi un diplomatico inspiegabile martirio ... intendo la musica. Facciamo un po' di sospensione e fingiamo di non essercelo detto.
Dicevo, c'è voluta una canzone per sbloccare l'ingranaggio. Non mi va di chiedermi se domani sarà di nuovo tutto rotto, penso d'aver ormai abbandonato questa filosofia; la traiettoria della mia vita ora tende più alla disillusa ricerca che al nulla cosmico degli anni passati.

Che dire, la canzone forse si adegua pure alle metereologiche esperienze di questi due mesi fortemente invernali che sono stati dicembre 2008 e gennaio 2009.
Hai mai ascoltato la neve?
No, non dico vedere, dico ascoltare. Ascoltare proprio il suono che fa. Non c'è. E questo può sembrare elementare, ma non lo è quando dopo interi minuti e controminuti passati a guardare come un bambino la finestra, la finestra nuova televisione riscoperta nel contemporaneo mondo moderno, decidi di aprirla. Insomma, nel silenzio di casa guardi piccoli piccolissimi pensieri bianchi cadere piano, uno dopo l'altro, ma sempre senza fretta, posarsi senza creare volume; dopo lunghi respiri di totale silenzio apri la finestra aspettandoti la complementarietà dei sensi, che lo spettacolo ti regali anche l'audio ... e invece ... niente, ancora silenzio. Ora, a parole non sarà di certo efficace, ma stringo questo ricordo stretto a me, come se fosse il mio giocattolo dei 25 anni, la mia scoperta, con lo stesso entusiasmo con cui da piccolo si guarda un cane, un altissimo uomo con cappello nero, la coda di una lucertola che si muove. Io mi tengo la mia neve e il suo silenzio, mi dà tanto, come questa canzone, che penso sarebbe il sottofondo perfetto di continuità tra il “prima dell'apertura della finestra” e il “dopo l'apertura della finestra”.

Credo d'essere tutt'altro che tranquillo, felicemente speranzoso, sicuro e voglioso, come mi credevo mesi fa, come scrivevo mesi fa. Ho ancora tutto lo spasmodico desiderio di fare, ma avevo troppo presto sancito la scomparsa della mia migliore compagna. Che non è la neve, e nemmeno questa canzone.

La mia vita al momento sembra, come dire, una ruota quadrata.
Tutto procede, ma procede come una ruota quadrata.


Ah giusto, la canzone?
Il video lo scopro ora, nel momento in cui incollo questo codice:

 
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martedì, novembre 04, 2008
Giusto per chi non lo sapesse:

http://www.emmestandsfor.com










Diciamo che lì c'è un po' tutto quel che sono e quel che faccio.
Che finalmente mi sono dedicato un po' di tempo e ho terminato il sito.

Sia chiaro: questo blog rimane il mio blog. Nulla cambia.
 
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mercoledì, settembre 03, 2008



Strano, non l'avrei mai detto, eppure Milano mi mancava. O meglio, mi ci voleva.
Grossi edifici bicocchiani, poco a misura d'uomo. Una grossa calma, persone diradate e lente, addirittura bambini, infanti, madri, seduti senza attese motivate.
Poi ci sono le certezze, come gli operai, gli incravattati, le code delle matricole in segreteria, i parcheggi a pagamento mezzi vuoti, i clacson e i caschi.

Mi hanno chiesto indicazioni e penso d'essere stato tutto fuorchè d'aiuto. Un po' estraniato, alineato, isolato.

Siamo a settembre.
L'estate 2008, caratterizzata da piogge torrenziali alternate ad afa, è andata piuttosto veloce, più delle passate sorelle.
Ovviamente i vari propositi si sono dispersi per strada: niente emme in versione springcleaner, niente raccolta di racconti, niente sito web personale, niente ep acustico, niente berlino, niente soddisfacente prova costume, niente adobe premiere, niente gio'fest, niente modelli computazionali, niente ricerche tesi, niente altro ancora ... ma evito per evitare depressioni varie ed eventuali.
Detta così sembra tragica, e tragica in fin dei conti non è.
Ho portato a casa, la casa che è dentro di me, soddisfazioni e serene conquiste (tutto ridimensionato in confronto alle mie stabilità).

E' che sento, sempre più inesorabile, l'arrivo di una scelta.
Ho campi elisi e aperti, sterminati raccolti e altri a maggese ... devo proprio (solo!?) decidere dove spendere sudore. Fosse facile.
Ciò mi rallenta, mi fa contare i niente invece degli uau.
Io conto i niente invece degli uau.

Tipo che ... tipo che ...
Tipo che forse non sono cambiato così tanto come credevo.




(scritto tratto dalla pelle nera di un Moleskine, nuovo compagno di viaggio)
 
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domenica, agosto 10, 2008

Mi mancavano le note basse.
Quelle proprio profonde, vibranti, predestinate a preparare l'attimo in cui blocchi tutto per pensare -a cosa non è importante, farlo sì-.

Mi mancano un po' di cose forse, non solo le note basse.
E' raro che io mi lasci andare a malinconici sguardi dietro alle spalle, ormai. Sono molti di più quelli in avanti, più avanti possibili, anche alti e in faccia al sole -sarà un caso aver comprato degli appositi occhiali, dopo venticinque anni senza?-

Non so bene, come è classico, individuare il pezzo mancante.
Di bordi e di contrasti, così forse mi definirei, ma ciò non significa che io riesca a ritrovare le nere fughe delle piastrelle che compongono il pavimento che è il mio petto.
Di bordi e di contrasti perchè adoro dei forti stacchi di colore, perchè adoro gli angoli a quindici, trenta, quarantacinque, sessanta e soprattutto novanta gradi; perchè adoro le linee parallele solo quanto quelle perpendicolari.
No, non vedo la vita in bianco e nero: una cosa può esserci, non esserci e altro, varie ed eventuali. L'amore può essere univoco, biunivoco e altro, varie ed eventuali. La ragione può essere mia, tua, ma anche altrui, di tutti e di nessuno.

Dicevo che ho questo pavimento nel petto, con le fughe nere a dividere (che poi è unire) le piastrelle.
Immaginami disteso, legato come l'immenso Gulliver.
E disteso guardo, alzando a fatica la testa, il mio petto pavimento; e no, non muovo nessun altro muscolo, se non il collo rigido.
Vedo una pianura, un vassoio, una piattaforma di lancio, una scacchiera, una pista da ballo, un posto dove fare l'amore.

Mi ricorda lo spettatore non giocante, tutto questo.
Sarà che mi estraneo osservandomi, sarà che dopo più di un anno ancora non mi è passata questa impressione d'essere trasportato .. non tanto dalle mie gambe ma da quella che è la mia vita.

Pensavo fosse una questione di nuove responsabilità.
Penso sia una mancanza di punti di riferimento.
A pensarci ha un senso: come fanno ad esistere bordi e contrasti se non si avvertono le linee?

Sto sfumando.
Spero davvero di aggrapparmi.







[stavo pensando che questa foto mi riassume molto bene .. per fortuna è mia]
 
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venerdì, giugno 13, 2008



Fa freddo, e piove, mentre mi guardi e non mi baci.
Strabuzzi gli occhi come ti ricordavo fare, sembra che le cose non siano cambiate poi molto da quei lontani anni, da piazza vetra, il passante, cadorna e le lettere.

La prima pagina del nuovo contenitore di api, o vespe, è un Moleskine e non un Muji. E' un regalo, gradito, e questo è ciò che conta. Meno bello è che questa prima pagina è scritta male, storta, rossa.
Fare un aperitivo a stomaco vuoto è poco salutare perchè porta a fare quel che mi pare, come pasticciare.

Sono settimane che piove, ho raggiunto uno stato di insofferenza verso quella romantica cosa che è l'acqua che cade dal cielo.
I polsini della tua camicia erano in costante collisione con i miei polsi, per lo più, come sempre, nudi. Solitamente c'è un'imbarazzata distanza di sicurezza quando le persone camminano a fianco. Ciò che mi piaceva stasera era che tu non la rispettavi ... ma proprio perchè era sincera parte di te, non per strategici obiettivi di conquista.
Scrosciava pioggia, si congelava ma volevi rimanere fuori. Io tremavo, ma per davvero. Mi ferivo con innocui proiettili che solitari infiltrati dall'alto cadevano eludendo tettoia e tutto il resto.

Ti ho parlato della certezza che cerco e non capivo la tua reazione, la tua non-reazione.
Volevo solo sapere quanto sono normale.



Secondo te è sbagliato e vile
volersi modesti e lenti
tra letto e routine?
Tsk. Autocitazioni.




(scritto tratto dalla pelle nera di un Moleskine, nuovo compagno di viaggio)
 
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martedì, maggio 06, 2008




Questa è veramente l'ultima pagina (del Muji, si intende).
Oggi mi ero ripromesso di comprarne uno nuovo, ma tanto per cambiare mi è sfuggito di mente.
In compenso oggi ho capito quanto salutarsi, proprio l'atto in sè, sia pressochè ucciso dalla quotidianeità del suo applicarsi. Un grosso rischio c'è, cioè che le parole dette e i rispettivi gesti complementari perdano di significato, risultando segnaposti, facilmente sostituibili con sinonimi (sinonimi che però non erano la prima scelta).

Le parole hanno un peso e una loro densità: il numero di lettere non fa la differenza, è quanto stringo forte i loro suoni, formando la parola, ad esprimere ciò che volevo esprimere.

Insomma, c'è un po' questa trappola banalizzante, ma ancora una volta la coscienza della cosa salva la situazione.
Questa maschera di fronte al congedarsi è una maschera così leggera, così tanto che la puoi soffiare via.


E' una bella esplosione di primavera (oddio, i rami e il cielo).
E' un crescendo di cui non voglio trovare l'apice.
E' una mappa, le cui strade ho tracciato su carta porosa e terminato in un prato.





(scritto tratto dal mio fedele Muji, compagno di viaggio) (giorni fa...)
 
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mercoledì, aprile 16, 2008


Mi dicono che non scrivo più.
Effettivamente noto che non scrivo più.
Con tutta sincerità, ciò non mi piace granchè.

E' pur sempre un pezzo di me, messo nell'angolo, ancora di nuovo, nuotando tra le priorità, primeggiando tra i doveri, donando mezze-certezze, cercando di non compromettermi troppo, trovando un angolo comodo, covo per nascondermi, nascondere un pezzo di me.

Sorrido in curiosi giochi di parole.
Si notano, i giochi di parole?
Si nota ancora l'ironia che non mi abbandona. La donna che amo di più al mondo è in me, fantastico.





--- A seguire: scritto tratto dal mio fedele Muji, compagno di viaggio ---

In questo gran marasma frugo nella mia borsa, chiedendomi se il taccuino c'è ancora.
Poco fa, arrivando alla stazione, ho perso la spilletta, l'ultima rimasta appesa, l'unica mai caduta. Girandomi l'ho ritrovata, abbastanza facilmente, ma non è più questo il punto. Il punto è che raccogliendola la riscopro arrugginita, sporca, vecchia, caduta da una borsa sgualcita, sbiadita, vecchia, abbracciata ad una spalla storta, dolorante, vecchia, a valle di una testa stanca, stanca, vecchia.


Diventa sempre più raro, e strano, scrivere di me.
Ufficialmente sancisco il cambiamento e passivamento ne prendo atto.
Faccio ciò che il mio proverbio preferito professa, cioè di necessità virtù. Ho voglia di scommettere su me stesso, su questo nuovo stato d'essere.

Progetterò, a trecentosessantagradi.
Partirò dalle basi, dalle fondamenta che trascuravo. Partirò da me, solo per volontà.
Il resto verrà da sè.

Full stop.
 
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venerdì, febbraio 15, 2008

Non sono mai stato un granchè negli addii.
Lo scrivevo anche tra le banalità dei profili digitali, in mancanza d'altro.
Ecco perchè chiudo le telefonate come se niente fosse. L'alternativa qual è? Qualcosa di ancora più difficile, cioè fatalismo riecheggiante, dannoso, bruciante.
Fare finta di niente, mascherando il tutto con quotidiana prassi, fa immaginare che ti risentirò più prima che mai.

Inseguo un me stesso che non trovo più.
Questo disintegra ogni cosa che mi sta a lato, nella spasmodica e furibonda velocità, e che lascio alle spalle, nella cieca rabbia d'aver perso qualcosa di importante. Che posso essere io, come puoi essere tu, o anche il niente.
Ma lo smarrimento rimane.
E' che accumulo pesi, presi da ogni dove, e li scarico direttamente addosso alla mia vita ... coinvolgendo ogni mio dovere e ogni mio piacere, compresi gli incoscienti suicidi che hanno voluto entrarci.

Dovrei avvisarvi prima di pestarvi con la mia paranoica masochista ricorrente spietata solitudine.



(Mh. Forse sono il freddo che fa avvertire il caldo .. agli altri però.)








(scritto tratto dal mio fedele Muji, compagno di viaggio)
 
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giovedì, gennaio 17, 2008

Che gran calma che si è creata ora.
Con il pesce crudo nello stomaco (il sublime japponese del giovedì), il taccuino finalmente appoggiato, il sonno che avanza, il volume adeguatamente alto.
C'è addirittura una surreale luce solare che taglia la sala d'attesa della stazione e proietta l'ombra della penna, tutta agitata, sulla parete qui a lato. Queste sedie sembrano addirittura comode.

Inviti a cena sopraggiunti.
Compleanni.
Che bella cosa gli inviti a cena, i compleanni.
Che bella cosa gli amici, sì.
Le ballerine e le calze sulle gambe, magre ma non troppo, di una donna.
Che bella la donna.
No, non è una cosa stupida ammetterlo.
Che bella la solitudine.
Non è stupida neanche questa.

Io non mi sento solo.
In maniera sadica talvolta vorrei esserlo. E in maniera curiosa talvolta ci riesco .. anche se fondamentalmente, appunto, non lo sono.

Mi sposerò un letto e aspetterò, con calma, una ragazza madre.





(scritto tratto dal mio fedele Muji, compagno di viaggio)
 
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venerdì, novembre 30, 2007


Addirittura
il taccuino cade,
mi scivola tra le mani
bucate
come tutte queste rossearancioniumide giornate.

Ho la bocca impastata, il culo quadrato (i sedili nuovi di queste carrozze nuove sono solo di un’estetica disarmante per lo standard a cui si è abituati, niente più), dicevo .. la mano abbastanza pallida, il senso d’essermi perso un po’ per strada.

Questo Muji è quasi finito.
Ho paura a scriverci sopra, per due motivi principalmente: uno perchè non sono stato un bravo ragazzo, tradendo il patto silente e abbandonando la mia coscienza a monologhi ancora più solitari, lontani da me; due perchè a cose finite si tirano sempre le somme e non penso di sentirmi pronto a tirare somme su di me. Proprio no.
E allora il tratto si fa più fine, meno svelto, le dimensioni minori, le righe maggiori.

Posticipare mi è sempre uscito di un gran bene, davvero. Sono un drago. Mwah.
Nessuno mi spiegò però la capacità massima, il punto oltre il quale l’accumulo diventa cumulo forzante. E adesso è come se da dietro mi tornasse tutto ciò che ho allontanato in questi anni ... finirò schiacciato, perchè la porta di questa stanza l’ho chiusa io e tuttora continuo a tenerla tale.
Finirò schiacciato perchè piuttosto che aprirla preferisco farmi spappolare. Poi, beh, all’ultimo, sotto pressione, cederò, perchè tutti cedono e io non sarò da meno: aprirò e il giudizio (l’autogiudizio) sarà pronto, lì, ad aspettarmi.
Quelle cose tipo la vita, la responsabilità, il mutuo, la vita, la morte, la morte, la sipra.


Immagini di realtà lontane,
sorrisi sopra a yogurt magri.


Chiudetemi dentro,
fatemi esplodere
in tanti piccoli pezzi che sono me.
Ma non mancherò mai di rispetto, quello mai;
alla vita vostra, agli immeritati quasi addii, alle lacrime e ai malintesi ti amo.




(scritto tratto dal mio fedele Muji, compagno di viaggio)

 
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mercoledì, ottobre 03, 2007



rimango a sentire,
rimango ad ascoltare.
rimango ad aspettare,
rimango a guardare.
rimango insomma ad osservare, ad osservare la mia vita (che parolone) scorrermi sotto ai piedi, più veloce del solito.

io non so bene cosa mi stia succedendo.
sicuramente qualcosa sta cambiando.
probabilmente sto cambiando.

sembra così lontano quel tormentato interrogarsi su tutto, come se fosse una rimpianta gioventù confrontata all’attuale, come dire, senilità. escludendo il numero di capelli bianchi (fenomeno trascurabile, variabile inaffidabile), c’è effettiva differenza.
quasi stanco, lento, bianco, molle, disilluso d’essere disilluso.
veramente.
non mi riconosco granché, ma ormai mi ci sto, sempre con preoccupante distacco, abituando.

forse è quel momento in cui si chiudono i cassetti: quel che è dentro è dentro; a riporci sogni e speranze dovevo pensarci prima.
e speriamo d’averlo fatto. perché non ho mai creduto in una vita a tappe, a scadenze inesorabili, dalle quali non si può fuggire, ma se davvero fosse così sarebbe alquanto triste aver lasciato polvere, solo polvere, in quei cassetti.

essere stranito (perché credo sia causa e non conseguenza) mi ha portato a sospendere parti di me, forse per accertarmi della salute del sottoscritto, forse, più semplicemente, per capire se il nodo stava nell’assenza di stimoli esterni.
difficilmente ciò che non è noi cambia in maniera così repentina. non mi è dunque rimasto altro che diagnosticare, in me, un incosciente distacco dalla (mia) realtà, dalla (mia) realtà di tutti i giorni, per poi ritrovarmi senza organi sensori, senza criteri d’interpretazione.

uhm.
forse ora sono anche più noioso. ahah.
beh, per tutto questo ho bruciato una storia e progressivamente sepolto interessi.
direi che non è soltanto un neo.

datemi una pala, mi scoverò nel mondo.


ps: certe patologie non scompaiono così facilmente.





(scritto tratto dal mio fedele Muji, compagno di viaggio)
 
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lunedì, luglio 16, 2007



oggi ho. gli occhi stanchi.
oggi ho. voglia di mangiarmi labbra unghie dita intere.
oggi ho. mal di pancia.
sono a casa da solo, da tanto e ancora per tanto. ragion principale, questa, dei miei mal di pancia. cheddire, fondamentalmente ho esaurito la fantasia nel cucinare.
mai stato, io, un mago dei fornelli.

non scrivo quasi più.
non so bene perché. non sono in una di quelle situazioni che si potrebbero definire “così vuote da non aver nulla da raccontare”, né in una di quelle da “periodo non creativo”. no, perché di creatività non si tratta. scrivere per me è sempre stato così spontaneo, scrivere per me è il miglior modo di comunicarmi quello che sento.
dunque, perché mai non voglio più rivolgermi parola? alla radice, sembra quasi che non ci sia una basilare voglia di donarmi attenzione; e con attenzione intendo qualcosa di più che scorgersi allo specchio, strappare un peletto, scrutare la presenza di eventuali foruncoli, (s)pettinarsi e via dicendo. no, ecco. donarmi una minima attenzione, chiedendomi come sto.
sai che penso? che io stia evitando domande per evitare le relative risposte.
ok, detta così sembra d’essere passati dal via, di ritrovarsi nei soliti vicoli tra dubbi e controdubbi. e invece no, è un tono diverso.
non mi sto spegnendo, mi sto solo abbassando di volume.
peccato che io in fin dei conti non lo voglia.

sai cosa sto facendo? mi sto censurando.

mai mi è capitato di lasciare chiuso il muji così a lungo. sono mesi che non ci sputo inchiostro. ci sono scritti che poi, sul blog, non ho mai riportato. cose che potrei definire più intimamente personali, non per il contenuto ma per il clima che ne fa da contorno.
beh, queste cose che potrei definire più intimamente personali dove sono finite?
provai, a scrivere, mesi fa. terminata la pagina sentivo da quelle righe un distacco tale che richiusi subito il taccuino. non sembravo io. quasi più recita che ipocrisia.
che cosa triste.
quello è stato il mio ultimo scritto, su quel taccuino. e ho quasi paura a riaprirlo .. come quando, tra la vergogna e l’imbarazzo, non sai più come affrontare un amico dopo una lunga e sonora litigata. ci tieni .. ma il tempo non sazia tutte le ferite, differentemente da come vogliono farci credere.


beh insomma, che dire. tutte queste parole per arrivare dove?
da nessuna parte. per la gioia della stessa genuinità con cui ho sempre scritto, e che stanotte, senza nessuna pretesa, ho cercato .. in questo buco, annodato, che è la mia pancia ora.


perché preferisco accettare quello che ho?
non vuole essere una domanda stupida, da tremendo viziato.
ma me lo chiedo, perché sinceramente non mi riconosco granchè, perché c’è un po’ di auto-costrizione in tutto questo e non so quale parte di me l’abbia chiesta.
la cosa che mi fa più paura è che l’altra, l’altra parte di me, l’abbia accettata.






.. speranze future o più semplicemente paure odierne ..
 
posted by emme at 01:19 18 comments
domenica, giugno 10, 2007



john.

john arriva a casa stanco, del resto ha passato una serata diversa dal solito, per lui.
il lavoro lo uccide.
lo uccide dentro, più che altro.
non che faccia chissà cosa. ma diciamo che tutto è sufficiente per ucciderlo dentro.
john quindi arriva a casa stanco. perché per lui le 23 sono l’orario fin troppo tardo per aprire le coperte del letto. rigorosamente da una piazza e mezza, rigorosamente ben ordinato.
ciò che ci vorrebbe è qualcuno con cui condividere questa stanchezza, crede lui.

l’acqua prima di andare a dormire stasera non la berrà.
perché?
non ci sono motivi precisi. certe volte la stanchezza supera i confini teorici, supera le abitudini e chi si è visto si è visto. certo è che stasera non c’è tutta quella metodica forza che porta alla successione delle azioni necessarie e sufficienti per dirigersi in cucina e aprire il frigorifero. per l’acqua fredda, per il rito serale.

john.
a john piace il suo nome.
non l’ha deciso lui ma è contento di tal cosa. del fatto che non l’ha deciso lui ma è per lui comunque piacevole.
i suoi genitori non erano niente di storicamente rilevante, ma di sicuro qualcosa per lui importante. del resto, l’han chiamato john. quindi, beh, per lui sono tanto.
a john piace il suo nome. alle ragazze con cui esce ancora di più.
lui vorrebbe sposarsi. ma non perché dietro ci nasconde sogni e desideri, figli e mutui. nonono.
lui vorrebbe sposarsi perché dietro ci vede il completo genocidio. una pace interiore che mai potrebbe raggiungere altrimenti.
è cinico, lo sa.
è cinico ma non si cura della cosa. del resto, dove sta scritto che sia una colpa?
e se anche fosse .. se anche fosse scritto .. chi dimostra sia sbagliato?
di certo non i suoi genitori.
i suoi genitori no. perché non erano nemmeno storicamente rilevanti.

non ci riesce proprio.
non riesce a prendere sonno, no, stanotte.
perché questi sono i suoi pensieri, perché quelle macchie bianche sul soffitto sono i suoi occhi, perché stasera non si è sposato e domani non confida in una cerimonia dell’ultimo minuto.
beh, oddio, di anni non ne ha quaranta. nemmeno cinquanta. forse trenta.
però solo è, solo rimane.
da nessuna parte sta scritto che lui debba dividere una vita a metà.
però, ecco. lui sì, vorrebbe essere un simpatico genocida.
ma senza rancore, sia chiaro.
semplicemente genocida.
del resto, chi dice sia sbagliato?
e se anche fosse .. se anche fosse scritto .. chi dimostra sia sbagliato?






/* è solo fictionnne */
/* la vita è spesso fictionnne */
 
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domenica, aprile 29, 2007


il tempo scorre.
sono le 2, quasi le 2, di questa notte di aprile, fine aprile.
il tempo scorre e sono spettatore passivo, non pagante, felicemente natante. o quasi.

il tempo scorre, lo sai?
un sacco di cose cambiano. un sacco che si apre, in cui si guarda dentro. e dentro le cose cambiano.
tempo fa le forme erano diverse.
il contorno era diverso.
mi pungevo perché gli angoli sono per lo più acuti, mi lasciavo andare perché le superfici sono pur sempre un senso a parte. il tatto.
tempo fa i colori erano diversi.
hai mai notato che il rosso non è rosso, che il nero è sottrazione e il bianco è finzione?
io ho studiato cose che non ho chiesto, allo stesso tempo evito domande che non mi sono preparato. e questo sarebbe il giusto procedere delle cose. le cose nel sacco.

riordinare fa curiosamente per me.
passo attimi interi a posticipare priorità, ad appoggiare memoranda per il giorno dopo ennesimo. finchè un dì, sì, finchè un dì mi dico che in questo casino forse non ritrovo più un beneamato niente e allora sarebbe l’ora di riordinare.
ecco quando riordinare fa curiosamente per me.
perché mi ci diverto, nel cambiare ordine alle cose, nell’impilarle ma non troppo, nell’escludere questa dalla mia vita e nel decidere che quest’altra sta ancora lì, in attesa di implacabile, futuro però, giudizio.
cambiare priorità alle cose. le cose nel sacco.

insomma, diciamola tutta.
il tempo scorre, sono le 2 passate, di fine aprile.
da spettatore passivo vedo zanzare in anticipo e primavere in ritardo.
le cose cambiano, le cose nel sacco.
e anche se tentare di riordinarle fa stranamente per me, io posso impegnarmi quanto voglio .. ma tanto rimango comunque uno spettatore.
passivo, non pagante, felicemente natante.



che dolce sensazione è
lasciarsi andare e
tastare con la mente
la pelle dura.




stanotte siamo lievi.
così si svolazza tra pensieri gravi di lacune non notate.
notate un tempo, tastando nel sacco.
ma stanotte no. stanotte siamo lievi e nessuno può rallentarci i piedi.



 
posted by emme at 02:11 8 comments
sabato, marzo 31, 2007



parole al vento.
giusto il tempo di una cottura di pasta.

musica assordante. ma veramente assordante.
non-controlli del livello di rombo.
tanto sono a casa da solo. tanto mi sento solo.

dodici (dodici poi è il numero che uso spesso ultimamente) mila chiamate fatte e ricevute, oggi.
bastano poche cose per far vacillare anche la più alta colonna della città.
e passando a figure meno metaforiche, bastano pochi volti per mettere in difficoltà le più dure decisioni dell’ultima parte della mia vita (così evito il retorico e sono tutti più felici e meno critici).



*pausa controllo bollitura acqua*



la situazione va avanti senza decisione ambivalente.
come dici tu, servirebbe una vicendevole fermezza.
io decido tu decidi. nello stesso verso, positivo o negativo che sia, se no ci si ritrova a dover accettare la scelta dell’altro. scelta che poi non arriva, perché nessuno qui ha il coraggio o il potere sufficienti.
e allora che si fa?
tututu.
telefono.
fotografia.
sogni.
sogno o son desto.

tanta, giuro tanta, voglia di non pensare stasera.
e che tutto scivoli, per diana, che tutto scivoli senza domande e senza risposte.
che tutto sia come meglio venga, io non so chi siete voi e voi non sapete perché io sono lì di fronte.

tanta, giuro tanta, voglia di situazioni atemporali e aspaziali, se così si chiamano.
basta merletti e ricami intorno a storie non mie, a ore non vissute e a impieghi che mai prenderò.

qui di mio manca tanto.
no, non ci siamo.



*pausa controllo bollitura acqua*



si butta l’acqua, si butta l’acqua.
si parte.
si torna?

oggi sì, domani no.



decisa necessità di sfogo
STOP
così ne uscirò ben presto pazzo
STOP
piango senza lacrime
STOP
piango senza remore
STOP





ho bestemmiato e avevo promesso di non farlo più.
 
posted by emme at 21:17 9 comments
martedì, marzo 20, 2007


band sconosciute parlano di te.
mai sentite prima d’ora, chissà di dove, e pronunciano il tuo nome.

alzare lo sguardo e trovare il nome della tua città anche su un vagone di giallo arrugginito.
abbassare lo sguardo, infilarsi le dita nei capelli, guardare i piedi e le ombre amiche, passare la mano sul viso e guardare di nuovo il nome della tua città.
stavolta rimanere a fissare.
stavolta rimanere a pensare.



“ e parlare ti fa bene
come il cielo sulla neve
come il fiore senza seme ”



stiamo dilatando tempi non nostri.
accumularsi di minuti e poi ore, giorni e settimane spero mai.
è strano.
non so contare quante volte l’ho detto, ma è strano, per davvero.

mi tingo di verde
mi sento demente.
eppure è così.
che mi basta leggere un tuo congiuntivo per intenderlo indicativo, immaginare chi sia lui, vedere il suo sorriso su di te e il tuo timido voltarti.
il mento.
per essere riaccompagnato, indietro da un dito indice.

sono poco più di trenta giorni, sai?
successe un po’ di cose, nel mentre.
piccole cazzate, sì, quelle su cui ci piaceva minchioneggiare.
eppure il flusso che si avverte è più perdita che guadagno.
più perdita
che guadagno.
perché ci sono storie in sospeso di cui poi non ho saputo la fine. semplicemente mancano all’appello le verticali a ginnastica, le domeniche di studio.
e stendermi sul letto.
suonava il telefono. io mi ci stendevo, sul letto.
e con fare tremendamente adolescenziale mi aggrappavo talvolta al primo cuscino che capitava sottomano, al primo sorriso che tornava dal passato.

le sere sono diverse.
stupidamente me ne accorgo ritrovando buchi di tempo libero, stanze di me con ancora l’odore di te.
quindi pronto ti chiamerei.
poi, beh, non lo faccio mai. o quasi.

quella notte, sì, ero “avvinazzato”, di ritorno da una cena.
ero avvinazzato e rannicchiato.
un feto.
a letto.
con te dall’altra parte.



stanca, giustamente, di me.




(scritto tratto dal mio fedele Muji, compagno di viaggio)
 
posted by emme at 00:36 4 comments
sabato, febbraio 24, 2007





posa la tua voce, di nuovo,
io la prendo e ne faccio
la gioia più grande
il senso che trovo





l’amore.
l’amore non è fottuto.
l’amore non è mai dato al vento.
niente retorica stasera, sono troppo triste per essere retorico. ma qualcosa lo voglio lasciare scorrere fuori. perché qui si sanguina, per secondi magari, ma si sanguina in abbondanza. indipendentemente da chi ha il colpo inferto, indipendentemente dalla parola più appuntita tra le tante, tra i silenzi più taglienti che mai.

l’amore.
l’amore è sottile.
l’amore è largo.
l’amore è intorno a me e a te. lo è stato e figurati se non lo è ancora.
io non te l’ho detto mai. perché io sono io, perché io sono una persona che fondamentalmente ha paura, anche se non lo dà a vedere, anche se è più grande e sa di sorriso e primavera. talvolta.

l’amore.
l’amore è l’orologio che non abbiamo controllato.
l’amore è la tasca del mio cappotto.
l’amore è il tuo seno, l’amore sono io che tremo.
io non ho vissuto mai quello che dolcemente ci siamo costruiti, quello che era perfetto per esistere a priori di ogni cosa e all’infuori di ogni buona convenzione. perché io non riesco a nascondere le mie preoccupazioni, perché io penso a sproposito, perché io riverso parole quando dovrei soltanto smentirti, nelle grigie piazze della tua città.

l’amore.
l’amore è il pranzo che mi preparavi.
l’amore è la tua segretissima ricetta di torta al cioccolato.
l’amore è quello con cui hai condito ogni più piccola briciola. briciola di noi e del nostro rapporto. e io? e io le conservavo dentro di me, ognuna di esse, per ricomporle dopo, a casa, in un grande quadro che eravamo noi.



siamo il più bel film che si potrebbe vedere, rigorosamente in bianco e nero, rigorosamente sotto ad un’unica coperta, rigorosamente sul divano, tra un abbraccio e una tazza bollente.




e io stavo zitto perché le parole me le toglievi davvero.
ma quello che ho dentro,
quello no,
quello me l’hai invece dato tu,
fin dal primo momento in cui hai posato i tuoi grandi occhi su di me.








non è facile.
non lo è.
non c’è forza esterna che tenga.
non c’è ragione alcuna per tutto questo.

se non che vorrei amarti,
fino
in
fondo.
ma non posso.
e ti giuro che questa
è la cosa
più dolorosa
che ci sia.

 
posted by emme at 20:50 11 comments
lunedì, febbraio 05, 2007


ogni tanto mi capita di rileggere i vecchi scritti, finire in giorni così lontani, in momenti quasi dimenticati.
ci sono persone … ci sono persone che non vorrei sparissero mai.
eppure non riesco ad essere quello che dovrei. dovrei per me.

il tempo passa.
il tempo passa.
chiudo gli occhi, alzo il volume.
le cose rimangono impresse, comunque. i solchi da ripercorrere, le tracce da seguire. la testa bassa senza nascondersi da niente e nessuno.

un vialetto, sterrato di campagna. sole. canneto, alto, ai lati. silenzio, giusto il vento e il concerto degli steli vuoti.
sono giorni che ho questa immagine in testa. la ripesco da ricordi non così lontani. o forse sì. mi sembra ieri, lo giuro .. mi sembra ieri mentre non capivo assolutamente cosa stesse succedendo.
sono giorni che ho questa immagine. è come se tentassi di afferrare le parole leggere, le rassicurazioni che sono doverose quanto calde e sincere. doverose per il mio essere ridicolo, calde per il mio essere fragile.
e allora cerco di stare meglio, senza neanche dirmelo chiaramente. ripesco dall’album senza neanche pilotare: qualcosa mi guiderà, non sarà lei, non sarai tu, non sarò di certo io.
eppure qualcuno lo fa.
eppure.
perché?
eppure.
ferite.
perché?
perché te?
perché la campagna, il post, il vialetto, i bottoni di una camicia, il sole, il vino bianco, la campagna dietro casa tua, i cuscini, i fossi i cani le urla le paure la morte le tue guance sudate? rosse. parole spezzate.

perché?
perché non semplicemente me?

è veramente dura quando non sai più come aggrapparti.
appigli in abbondanza. dita in mancanza.
lasciare andare la presa.

da qualche parte ci sono anche io.
da qualche parte ci sono anche io.



la vita è veramente una ricerca,
cambia solo il pretesto per muovere le preoccupazioni.



 
posted by emme at 00:24 11 comments
domenica, dicembre 31, 2006



se mi tuffo dentro di te
sono tante parole
e in sottofondo
un gran rumore.


“We're like crystal, its not easy / With your love, you could feed me”



ventiquattro ore o poco più.
venti passi o poco più.


quanto un uomo può credere in ciò che si è man mano costruito negli anni?
quanto un uomo può resistere vedendo crollare ciò che si è man mano costruito negli anni?


io, fondamentalmente, rifletto. rifletto tanto, lo intendono tutti, tutti quelli che mi conosco, fin da subito.
ogni situazione viene scandita, passata al setaccio, filtrando ciò che è prezioso e ciò che è scarto, capendo dunque cosa mi cambia e cosa non tange affatto.
e così cresco. cresco in mezzo alle mie quattro mura. facciamo tre. di convinzioni pressoché ben strutturate, di sufficiente bell’aspetto. diciamo solide. ci cresco dentro. sorridendo talvolta.
ogni nuova situazione impatta, contro le mie quattro mura. facciamo tre. impatta, forte, contro quello che io sono per me. la situazione si spezza, si disperde, e piccole solide squadrate schegge si inficcano dure e profonde nelle mie quattro mura. anzi abbiamo detto tre.
sarebbe più faticoso toglierle da fuori, visto che ormai non spunta granchè.
è per questo che le prendo da dentro. me le tengo. le custodisco. le appunto, come quadri, sulle mie tre mura.

quanto un uomo può credere in ciò che si è man mano costruito negli anni?
quanto un uomo può resistere vedendo crollare ciò che si è man mano costruito negli anni?

era veramente bella casa mia.
era veramente bella prima che me la facessi crollare tutta.
sono rimasto nudo davanti a te. e tu. e tu non hai riso di me. sono io che ho sorriso per noi.


perché ci sono altre mura intorno.
stavolta sono quattro.
stavolta non sono solo.
 
posted by emme at 20:30 11 comments
lunedì, dicembre 25, 2006



Fine dicembre 2006.
Si tirano le somme, mio caro. Giusto perché si fa un diplomatico giro di boa.

Bene. Tiriamole allora, magari non fuori dalla finestra, giusto addosso al muro.

Escursioni.
Così chiamerei questi trecentosessantacinque, se non erro, giorni.
Escursioni.
Mai mi sono conosciuto così tanto. Mai ho toccato certi limiti.
Capire se stessi non sarà mai un processo finale, facilmente delimitabile, ciclicamente ripetibile. Il bello delle grigie giornate filtrate da tutti i pensieri che mi porto nella borsa è proprio questo. Loro mi rubano lunghezze d’onda, io mi riprendo parti di me.
Ogni giorno. Diverso.

È passato tanto tempo da quando mi sentivo un colorato tappetino di provincia, un po’ meno da quando guardavo giù dal balcone invece che nello specchio, ancora meno da quando mi pareva di aver finito di dannarmi nella ricerca di qualcosa.
Ora il tempo passa. E mi pare di essere solo e soltanto. Distante.


Io ho capito.
Che di me a sufficienza non ce ne è. Che i consigli degli amici sono sempre più verdi di quelli che ti dai da te. Che una vita da solo proprio non ha un perché. Che una vita a pensare di essere solo è un po’ come il patè: si mangia, ma pur sempre fegato è.

Io ho confermato.
Che il mio peso è stabile sotto ai sessantatre. Che certe persone non sono dei numeri sulla rubrica ma delle vere parti di me. Che una gran golosità e il wafer bianco affogato nel thè. Che il mio spirito pessimista vive saldo con la controparte altruista da medicina trentatre.

Io non ho confermato.
Che certe cose cambiano solo con un perchè. Che a ventiquattro anni non si può morire senza un perché. Che i desideri sono un clichè. Che insomma certe cose non toccheranno sicuramente a me.

Io non ho capito.
Che ci faccio qui senza una perché. Che futuro ho senza di te. Che tipo di provincia avrà l’appartamento che mi comprerò da me. Che miseria persevera nell’esserci, ogni giorno, all’infuori di me.


Mi fa ancora male la testa.
Nel mio piccolo, dolcemente egoistico, mondo.





E’ curioso come io scandisca i periodi della mia vita.
Così … perché qualcuno c’è e quel qualcuno non è me.
 
posted by emme at 16:08 6 comments
lunedì, novembre 13, 2006


Di nuovo, tutto così veloce.
Di nuovo, alberi, rami di alberi sopra di noi. Con dietro lo stesso cielo azzurro, con sopra gli stessi pensieri. Ma stavolta … stavolta la gravità non è la stessa, noi non siamo distanti e i giorni seguenti non così pesanti.


L’inverno ti taglia le dita.
A te piace, piace vestirti a cipolla e perderti un po’ dentro a quella sciarpa.
A me piace di meno, perché ho le mani perennemente fredde, gentile concessione ereditaria. Ma quello che non ti ho detto è che a me piace che ti vesti a cipolla, ritrovarti dentro quella sciarpa, con il sorrisino che spunta … su cui puoi contare. Perché ci puoi scommettere di trovarlo. Lì dentro.

I portici sembrano effettivamente tutti uguali, ma poi, camminandoci attraverso, le senti. Storie. Gioie. Lacrime. Le senti sotto ai piedi, le senti nell’aria. Sarò io, che sono malato, ma le sento tutte queste storie d’amore … di ragazzi distratti, di ragazzi disperati, di quelli che si struggono e di quelli che si bucano, di quelli che non ci credono e di quelli che ci sperano. Di quelli che vorrebbero. Di quelli come noi.

Qui è dove andavi da piccola. Non hai mai scritto niente, non hai parlato di te a questi due sassi. Mi guardo intorno: è tutto un po’ sospeso. Non so assolutamente ritrovare la via di casa, non so assolutamente quale sia la mia casa. I colori sono spenti, la gente distante. Mi sento staccato da una realtà che mi sono trovato sotto ai piedi, tra la carrozza cinque e la carrozza sei.
E allora parliamo, di cazzate.
E allora incolliamo un ricordo nuovo, a questi due sassi, che d’ora in poi parleranno di te e dei tuoi pantaloni scuciti.


Quando hai aperto quella porticina ti ci sei infilata con decisione. La porticina di un immenso cancello di legno.
Beh quando l’hai fatto io mi sono lasciato trascinare dentro.
Arreso.
Perché tu mi portasti nel paese dei balocchi.






(scritto tratto dal mio fedele Muji, compagno di viaggio)
 
posted by emme at 21:26 15 comments
mercoledì, ottobre 18, 2006

Lei era bellissima.
Lei era solare, e per questo bellissima.
Sorrideva, mostrava gli occhi perfettamente azzurri, rifletteva tutta la luce che poteva esserci in un parcheggio della bicocca alle nove di mattina. In ottobre.

Io la guardavo da dietro un vetro, mentre mi scaldavo le mani con il classico cappuccio, rigorosamente senza cacao. Ecco, i cappucci sono uguali, dappertutto. Costante. Noia. Pace.
Io la guardavo dal bar, mentre distrattamente seguivo i discorsi dei miei compagni di colazione. Eppure, come direbbe Godano, “non sentivo, non parlavo, io guardavo te”. Poi la canzone scivolerebbe nel meraviglioso bloccarsi del tempo, ma nel mio caso non si parla d’amore o colpo di fulmine. O meglio, non il mio.
Infatti guardavo lei, che era bellissima, baciare lui, che non era poi così bellissimo, ecco. Eppure faceva la sua figura, forse vivendo della sola luce riflessa, forse perché fumare rende figo anche il più coglione che c’è.
Bhe, si baciavano, piccoli bacetti … più correttamente lei, che era bellissima, baciava lui, che non era poi così bellissimo. Lui, più che altro, subiva. Con piacere, si suppone, ma subiva. Riceveva. Così, senza scomporsi, senza dirle in un istante che oggi il sole è così vicino e i cattivi pensieri così lontani. Come avrei fatto io, forse.
Lei, che era bellissima, insisteva. Attiva. Piena di disarmante gioia. Felice. Spensierata. In un giorno come un altro, lei lo baciava come se avesse appena accettato una proposta di matrimonio. Da lui. Che non era poi così bellissimo.

Ho sorriso.
Ho continuato a sorridere.
Ho fatto notare la coppia ai due compagni di colazione. Ovviamente è lei ad essere la protagonista dei primi commenti, ovviamente lui arriva molto dopo. In ritardo. E male.

Ho sorriso.
Ho continuato a sorridere.
Poi, pensando a voce alta, ho aggiunto solo un “Scusatemi, vado a buttarmi sotto ad un treno”. Non si è sentito, perché un compagno ha rovesciato la spremuta d’arancia sulla mia borsa. Merda.

Lei era bellissima.
Lei era solare.
Il cuore una parentesi rossa. Il mio un bel buco.

Tanta tanta voglia di innamorarmi.


(scritto tratto dal mio fedele Muji, compagno di viaggio)
 
posted by emme at 15:37 28 comments
domenica, settembre 24, 2006

Muji. Un mese fa.

Io sono tornato … e tu?
Tu sei mai partito?
Distorsioni. Spaziotemporali. Direi anche abbastanza sature.
E’ passato un mese, un altro, eppure mi sembra che tutto sia mancato molto più a lungo.
I sedili sono sempre blu, blu sporco direbbe l’arredatore professionale.
I freni puzzano ancora, taglienti, da nausea.
Però il treno è il treno, è casa, è il viaggio verso il paese dei balocchi, è il ritorno alla beneamata mediocrità.
Oggi è soltanto una stella e io ho troppo sonno per capire se sono partito mai.





Muji. Un giorno fa.

Mi hanno rubato la biro blu.
La mia mitica biro blu.
Quella che scrive anche sulle panchine, quella che dava brio a queste pagine ingiallite.

Periodo riccio.
Chiudersi in se stessi.
Ricordo ancora di aver scritto di una situazione simile, tempo fa, chiamando tutto questo “il mio piccolo nido”. Non mi stupirei se guardando il mese trovassi settembre … al massimo novembre.
Voglia delle piccole cose.
Chiudersi nelle piccole cose.
Rapporti veri. Rapporti sinceri.
Stanco delle distanze, stanco delle mancanze.
Come quando desideri solo modestia: due cuori, una capanna, amici amiche, quattro cazzate, una palla e due risate.
Niente di più, niente di meno.
Non parlo di mediocrità, stavolta, ma solo di
r e a l t à.

Modesta realtà.

Scrivo sempre meno.
Fotografo sempre meno.
Suono un po’ di più, sì … ma forse perché rientra nel caldo abbraccio di una piccola sicurezza. Non la musica ma il gruppo, persone vere che condividono tempo vero con la mia parte vera.
Tutto vero. Caldo. Sorridente. Ed effimero.
Ecco, effimero.
Una cosa con un inizio e di lì a poco una fine. E va bene così, confezionata pronta da portare a casa e tenere sotto il cuscino durante il sonno.
Come ricordi. Ricordi che tengono caldo. Che rendono sorridente.

Terza notte in un mese che sogno l’apocalisse. Quella vera.

Voglio solo piccole cose. Piccole dosi.


E la mia biro blu, che questa non scrive già più.
 
posted by emme at 22:29 6 comments
giovedì, agosto 24, 2006


Il silenzio più totale.
Non di quelli finti, dove si cerca di non sentire o dove un fischio insistente ti trapassa la testa.
Intendo quei silenzi che ti fanno fermare, che ti distraggono più di un colpo di pistola, mentre con la testa altro provieni dal frastuono quotidiano non tuo.

Ho le dita sporche, una palla rossa qui di fianco che sembra più un sacchetto di riso, un cane nero che mi guarda ... sempre nel silenzio ... e una penna blu in mano, dopo tanto tempo.
Se tutto questo fosse un quadro, sarebbe veramente un pugno nell'occhio.

Ma è solo silenzio.
Che non sentivo da tempo.


(scritto tratto dal mio fedele Muji, compagno di viaggio)
 
posted by emme at 00:52 15 comments
venerdì, luglio 07, 2006

Piove.
Metà luglio e piove.
Non quel soffice tintinnio di gocce e goccioline.
Piove a dirotto, senza tregua, senza motivo, senza silenzio.

In mezzo all’estate.
Ingabbiato in una stazione che conosco fin troppo bene, che nemmeno oggi si regala un vestito nuovo.
Soltanto più scivolosa, soltanto più grigia.
E ce ne vuole …

In mezzo all’estate.
Ingabbiato in una situazione che conosco fin troppo bene, che nemmeno quest’anno si regala un taglio nuovo.
Esami, caldo, poco tempo per ogni cosa che si è andata a creare. Poco tempo per me, perché quello l’ho avuto mesi fa e, con stupenda dissimulata disinvoltura, l’ho bruciato.
Soltanto più velocemente, soltanto più razionalmente.
Scusanti.

Sembra che lo scroscio sia calato.
Il manuale dei giovani pendolari insegna che è il momento buono per andare … ora … anche se non ho un ombrello ma solo una bicicletta senza freni.
Bingo.


Essere a tempo con le nuvole.
E’ questa la grazia di chi sa danzare, danzare sopra ogni cosa, sopra ai pensieri e sopra a tutto ciò che vuole tentare d’essere, ma non può.
Io sono una chiavica a ballare …
Sarà per quello che mi devo trovare nel mezzo di questo temporale.
Sarà per quello che del tuo non ho preso solo che qualche goccia.
Questione di paranoie, i miei amici ombrelli.


Ricomincia a piovere.

 
posted by emme at 20:54 17 comments
venerdì, maggio 26, 2006


Giorni che trascorrono più veloci del solito.
Istanti immortalati in foto in bianco e nero. Gente sconosciuta come soggetto. Il mio umore come effetto. Io inetto.

Lasciandomi trasportare dagli eventi ho condotto un maggio d’altri tempi, uno di quelli che non ho vissuto mai. Niente di speciale, figuriamoci. Non ho mosso il culo in nessun dove, non ho dato il mio culo a nessun signore. Semplicemente giorni trascorsi più veloci del solito, senza chiedersi il perché di tutto quel susseguirsi di fatti, controfatti, risposte non risposte.
Maggio. E’ il mese che sul calendario di un imprecisato anno della mia infanzia era rappresentato dalle api, simbolo forse di vita primaverile. Io odio le api e di conseguenza odiavo quel calendario. Ho ventitre anni perché è in maggio che ricorre il mio compleanno. Ho ventitre anni freschi freschi e ancora ricordo quel calendario.
Maggio. E’ il mese che su un altro calendario di un altro imprecisato anno della mia infanzia era rappresentato dalle rose, simbolo vero di una vita che sboccia. Già le rose mi piacciono di più. E poi le rose si possono regalare, le rose sono rosse come un cuore, le rose di solito arrivano dritte al cuore. Quasi sempre.

Oggi al telefono ho sancito che questa è la primavera più atipica che la mia sui generis memoria ricorda. Solitamente rinascita, questa volta confusione. Tanta. Immagino un uomo che corre, magari un uomo quale ormai sto diventando … che corre tentando di raggiungere ad ogni costo l’altro capo della via, di questa via zeppa di gente in un mercato indiano nel mezzogiorno più caldo che lui abbia mai conosciuto. Tutti, ovviamente, si muovono nell’esatta opposta direzione. Lui corre, lui sbatte. Irrimediabilmente. Spalla contro spalla, ogni colpo diventa sempre più duro, ogni colpo rallenta sempre di più la sua marcia. Poi la via diventa un inferno, la gente delle anime in pena e il suo corpo comincia ad aver addosso braccia, mani, unghie, pesanti noie di peccatori sconosciuti. Il moto ancora più rallentato, le preoccupazioni d’altri addosso all’uomo che corre … che corre sempre più lentamente, che fa sempre più fatica, che perde sempre più sangue. Rosso. Come una rosa. Come un cuore.
L’uomo non arriva in fondo, non arriva in fondo perché prima di incrociare la mano che, tesa, lo aspetta si rende conto che le ferite addosso non sono noie di peccatori sconosciuti, non sono le preoccupazioni d’altri … sono solo e soltanto le sue lacrime, le sue lacrime non versate, che nessuno gli vede scendere dagli occhi, ma che lui sente aprirgli la carne … senza sapere il perché.

Ho perso una parte di me.
Ho perso un anno di vita.
Ho perso qualche sogno.
Ho perso un po’ di fiducia.

Ho trovato una persona.
E nell’istante in cui l’ho trovata … l’avevo già persa.

Ora traspare, compare, scompare, ricompare … come il fantasma della primavera che quest’anno non ho trovato, svegliandomi una mattina di marzo.
 
posted by emme at 19:48 27 comments
giovedì, maggio 04, 2006

Piano.
Piano tento di riprendere in mano la mia vita.

Il tram tram delle solite cose … qualche lezione, qualche riunione, qualche fotografia, qualche nuova canzone, qualche euro in meno. Lentamente le giornate scivolano via, una dopo l’altra, senza lasciare un segno preciso. Mi ritrovo a saltellare, appesantito, da un impegno all’altro, scrupolosamente procurato nel tentativo di occupare angoli di giornata.

E’ stupidamente bello avere due abbonamenti in borsa, come un bambino contento delle nuove scarpe che non lo lasceranno mai, o quasi. Due abbonamenti e un ombrello perché questa è la primavera meno primavera che mi sia scivolata come sabbia fra le dita. Perturbazione. Due abbonamenti, un ombrello e il Muji … il fedele taccuino che mai avrei pensato di riempire così tanto: era nato come salvaparole, nel caso in cui l’ispirazione mi avesse veramente rapito, e ora è diventato quasi il diario di un ragazzo che ha veramente finito gli interlocutori.
Stralci.
Stralci.


non so.
non so cosa devo fare.
cosa voglio?
è tanto, tanto tempo che affogo nella mia ricerca da romantico (aggiungerei stupido) malinconico sognatore. risultati? lontani dalla meta, nonostante stupendi e strazianti effetti collaterali.
corollari di teoremi.
confutazioni.

se la mia tesi cade, sono in grossa crisi.
se cado io non importa, figuriamoci.
se cado fra le braccia di qualcuno? vorrei solo che dopo mi baciasse.

così.

semplicemente.

e dopo un sorriso.
e dopo più niente.

 
posted by emme at 23:56 28 comments
giovedì, aprile 20, 2006

Un cimitero, oggettivamente bello. Ampio.
Sembra quasi ti abbracci, che ti accolga nella sua intimità. Fa uno strano effeteto ... rilassante.

" il fuoco è bello sì ma brucia "
Perchè poi impatti con una signora realtà.


Adieu.
Adieu Bacco.
Pensavo di arrivare qui molto più cinico e spietato, forse solamente più preparato. E invece?
E invece imparo ... imparo anche oggi quanto la vita faccia male. Ma davvero male. Non hanno spento una sigaretta sul dorso della mia mano ... hanno spento una parte di me. Chi lo sa, magari la mano stessa.

Adieu.
Adieu Bacco.
Oggi era solo formalità. Oggi era già (?!) una settimana dopo. Oggi tutti ci siamo resi conto che era come un ultimo addio. Ecco perchè abbiamo pianto ancora. Un mio saggio amico, che stimo anche se non lo sa, dice che è da finocchi.
E' bello essere finocchi.

Adieu.
Adieu Bacco.
Perchè ti sento ovunque e un saluto in più non guasta mai.
E poi già mi vedo venirti a trovare, sotto l'erbetta del bel cimitero, lasciando un sassolino e ridendo alla tua cazzo di faccia. In quella foto. In generale, sempre. Nella mia mente.

Adieu.
Adieu Bacco, anche se ti saluterò stanotte, come ogni notte, prima di dormire.


Ho rivisto il cimitero dal treno che ora mi porta a Milano. Mi sento stupido ma dopo quello che è successo ho preso tante decisioni ... riguardo a me, alla mia vita. Io, eterno indeciso, eterno confuso.

Penso io stia crescendo.
Avrei voluto farlo insieme a te.


Fuori il sole si spegne. Ombre allungate.
Mi sembra di vederti, compare scheletrico.



(scritto tratto dal mio fedele Muji, compagno di viaggio)
 
posted by emme at 18:59 14 comments
giovedì, aprile 13, 2006

Pagine strappate.
Vite strappate.

Tutto questo non ha senso.
Niente ha davvero più senso.

La realtà che crolla addosso.
Una vita che non è vita. Una vita che non è tua, neanche se ci provi, neanche se ci credi.
La realtà che crolla addosso.
Non può essere vero. Domani mi sveglio e lui c'è ancora, ok?

Cristo.
Invece no.
No.
Non più.

Gli ho lasciato un biglietto. L'ho scritto perchè so che gli arriverà, non me ne frega un cazzo di teorie e non teorie, di religioni e non religioni. Io so che gli arriverà, anche se l'ho lasciato infilato in una stupida pianta di quello stupido ospedale.
Lui leggerà.
Lui leggerà e sorriderà.

E faceva più o meno così:





qualcosa rimane qui,
perchè non tornerà più.

il 12 aprile 2006
qualcosa è rimasto qui.

perchè
la vita è breve.
la vita non è neanche tua.
come credevi.
come credevo.

passerò
a riprenderti
<3




Niente ha senso.
Scuoto la testa. Non può essere.
E penso che non ci sia giustizia.


Ora potrebbe scoppiare tutto.
Andrebbe benissimo comunque.



(scritto tratto dal mio fedele Muji, compagno di viaggio)
 
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mercoledì, aprile 05, 2006

Il tempo vola ed è sempre così difficile afferrarlo.

Io non credo nel destino, sono sempre stato un difensore a spada tratta di razionalità e principi causa effetto. Pian piano i tempi cambiano, inevitabilmente … pian piano si cresce e ci si riempie la testa di pensieri su pensieri. Poi arrivi a ventidue anni, quasi ventitre, con in mano niente e la paura che anche questo non sia sufficiente. Allora cominci a far girare il cervello ancora più velocemente, a guardare più a lungo un bambino giocare, a fuggire la realtà e saltare a piedi scalzi, con le scarpe incollate a terra nel tentativo di bloccarti la vita nel tuo posto nella società.
Pian piano i tempi cambiano e ti ritrovi a riflettere sulle coincidenze delle cose, sui fatti, su tutte le occasioni perse e quelle che non sei più disposto a perdere. Senza aver bevuto alcuna bottiglia di vino, disinibisci il tuo io perché senti che non c’è davvero nulla da perdere, perché la linea tra la retorica e la tua vita non è ancora stata marcata, perché quello con il gesso in mano sei tu e per ora non lo vuoi proprio dare a nessuno. Allora cominci a far girare il cervello ancora più velocemente, a renderti conto che forse non è tutto solo azione reazione, causa ed effetto … forse tutto è davvero una fitta rete di fili, un intreccio complesso di traiettorie, in cui la tua vita ne incrocia mille e ancora altre mille, finché un giorno incontra quella giusta a cui si legherà in una spirale d’amore … e come destinazione una via sconosciuta ad entrambi.

Se ti butti può sembrarti di volare.

 
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mercoledì, marzo 29, 2006

Un giorno come un altro. Inizia come un giorno qualsiasi, qualche parola in più con mia mamma, qualche baffo in meno, ma il binomio nastrina+succo in meno di un minuto rimane tale. Fuori il sole già promette bene, mi slaccio i bottoni del cappotto sorridendo in maniera quasi sadica: la mia preda è là fuori, che mi aspetta, ed è la signorina primavera.

E’ tutto diverso.
Musica nelle orecchie, alta ovviamente. Paolo Benvegnù. Nuovo ascolto, ma non riesco a concentrarmi, ad analizzarlo profondamente come sono solito fare. Mi riesce difficile soffermarmi su parole e note, sullo schema canzone e le sonorità … è come la tipica signora che tenta di attaccare bottone, ma per nulla interessante viene subito ignorata. A-ah. Il tutto si riduce quindi ad un isolamento, creando il piccolo mondo a parte dove cambiano rumori e costumi.
Perché è tutto diverso.
Come previsto, bottoni slacciati. Piede al palo, osservo l’ombra … giro lo sguardo, lo fermo prima su quella ragazza, poi su questo ragazzo, poi su quel signore e poi ancora sull’ombra. Nessun pensiero. Alcuno. Mani in tasca, costumi di una civiltà mia e mia soltanto, io ci sono e gli altri no. Anche la carrozza del treno sembra diversa, un po’ perché non sono solito avere posto a sedere, un po’ perché il sole filtra diagonale attraverso i finestroni, rendendo quasi attraente la copertura verde dei sedili sporchi. Mi sento a mio agio in una carrozza delle FS. Qualcosa è cambiato.
No, è semplicemente tutto diverso.
I passi sono più sicuri, le scarpe estive scalpitano, fremono per essere indossate e ora mi portano dove vogliono loro, mentre sordo e a mento alto mi guardo schivare la gente. Traiettorie. Vite che vanno vite che vengono. In questo momento, mentre scrivo, non ricordo neanche se ho preso filobus o metropolitana. Assurdo, sono solo una dozzina di ore fa … sembra che la memoria mi stia pian piano abbandonando, ma in realtà non è così.
Non è così perché è tutto dannatamente diverso.
L’università prevede delle lezioni che non mi sentivo proprio di seguire. Ebbene sì, il mercoledì mattina la mia morale è in vacanza … lasciamola là, che nel resto dei giorni è fin troppo sotto stress, direi. L’università prevede anche rivedere un caro amico, godersi un sano nonrompetecazzeggioanchesedovreifarealtro, frequentare una lezione assurda quanto piacevole per piccoli dettagli. Piccoli dettagli, si fa per dire. Prevede anche un'eclissi solare, addirittura, in diretta dal cortile della ridicola sede di via Comelico … tanto senza occhiali o sufficiente resistenza non si riesce a guardare il sole più di qualche secondo prima di rimanere accecati. Anche se ora qualsiasi cosa fissi sia per me illeggibile, visto che la mia retina mi regala una macchina nera al centro della vista, il laboratorio sembra quasi più rilassante, meno unto.

Perché è tutto diverso, perché è come l’anno scorso e l’anno prima ancora, in cui la signorina Primavera prende la mia vita e di forza la gira completamente.

E poi un pomeriggio così, nella totale naturalezza di due persone che sembrano conoscersi da più tempo che 5minuti. Le giornate sono tremendamente più lunghe da quando mi sveglio prima delle 9 … e quando mi fermo un momento a riflettere, vedendomi seduto al sole di Porta Venezia, mi sento come all’inizio di una nuova giornata. Milano non è la verità e io sono soltanto un turista. Però sono un turista tranquillo, un turista senza guida né tabelle di marcia da seguire. Sono un turista fermo, che aspetta qualcuno, che non valuta se sia un minuto o un sacco di minuti da quando aveva detto di arrivare. C’è il sole, il cappotto è addirittura legato alla borsa da quanto fa caldo.
E poi un pomeriggio così, nella totale naturalezza. Io parlo e mi rendo conto che effettivamente non dovrei sapere niente di te. Tu smetti di parlare, tra una scarpa e l’altra, e quando giro lo sguardo per capirne il motivo ti vedo fissarmi e dirmi che effettivamente è la prima volta che ci vediamo.
E poi un sorriso non tradisce mai.
Forse uccide … mai tradisce.


Ora sono a casa. L’umore è sotto le scarpe che saltellavano fino ad una dozzina di ore fa. Curiosamente noto il parallelismo con il sole, sole che non c’è più.
Forse la signorina primavera è andata già a dormire, prima di me.
 
posted by emme at 23:07 9 comments
lunedì, marzo 13, 2006

La prima settimana. La prima settimana come un’ennesima settimana, visto che già mi è capitato di riflettere, e poi scrivere qui, su un periodo di sette giorni. Forse perché la mente, inevitabilmente, gioca ad essere giusto quell’attimino razionale tanto da inquadrare, con ordine, il tempo della nostra vita.
La nostra vita.
Il tempo della nostra vita.
E’ proprio su questo che l’N-esima settimana si è concentrata. Cosa deve essere il tempo della nostra vita? Cosa è la mia vita? Dribblare utopie, scansare sogni troppo sogni, viaggiare sul filo della retorica per afferrare il senso degli anni prossimi che mi aspettano.
Vorrei prendere delle scelte. Troppo spesso mi sono lasciato scivolare addosso decisioni, senza motivo, neanche per una vera e propria pigrizia, solo perché in quel brevissimo lasso di tempo mi sembrava una cosa che poteva andare. Senza regalarmi neanche un minuto in più, una parte della mia vita veniva così decisa da un pensiero veloce quanto un batter d’ali. Cinque anni di liceo prima, tre anni di università poi. Quanto ho riflettuto su ciò che andavo a scegliere? Due nanosecondi? Mh, troppi. Forse un nanosecondo è una stima adeguata.
Mi trovo davanti ad un’altra scelta, ora, con un traguardo raggiunto e una strada davanti a me. Sole alto, campagna aperta, sterpaglie, caldo, completo da ufficio, telecamera sopra la spalla destra, leggermente dietro così da inquadrare giacca e orecchio, nonché il bivio davanti a me. Bivio, trivio, quadrivio. Tante vie. Una scelta. Non voglio seguire dei binari, non voglio seguire dei percorsi scelti da curricula universitari teoricamente più ovvii e performanti, né strade ideali solo perché appurate negli anni da tanti altri omini stanchi di pensare.
Ho ventidue anni, fra poco ventitre, e senza esagerare ho una decisione importante da prendere. I miei dicono io sia tremendamente pessimista, sbalorditi strabuzzano gli occhi quando mi sentono parlare così, quando scoprono che per me i trent’anni e il posto assicurato sono la morte della persona. Otto ore giornaliere, stipendio, casetta, famiglia, tentativi di recupero passioni vitali nei ritagli di tempo e nel fine settimana. Come quel pelatino seduto di fianco a me, sul treno, l’altro dì mentre tornavo da Milano. Faceva una telefonata normalissima ad un suo amico normalissimo, lo si capiva dal tono. Gli diceva di comprare quell’azione là, di vendere quella lì, da bravo economista o impiegato nella borsa di Milano, da consulente di alto livello o chissà cos’altro. E poi … e poi cambia discorso e chiede se è confermata la partita di calcetto di domenica, se la cena si fa per davvero. Bum. Mi sento quasi male, da girare la testa come non volessi sentire me stesso fra dieci anni, perfettamente vestito, intrepidamente lanciato a incastrare in una vita di merda quelle poche cose che mi rimangono per sentirmi un attimo vivo. I miei strabuzzano gli occhi, allibiscono a sentirmi esporre queste idee a fine cena, ma non so che fare: per me, ora, i trentanni e un lavoro da informatico assicurato sono la morte della mia persona. La mia morte. Chiaramente figurata, ma cosa c’è di figurato se mi si ficca una mano nel cuore, poi nella testa, e si tira fuori tutto quello che di vitale c’è?
Ho ventidue anni, fra poco ventitre, e senza esagerare ho una decisione importante da prendere. Niente binari quindi, niente scelte ottimali per un curriculum ottimale. Voglio sentirmi realizzato o almeno provare a studiare qualcosa che mi interessa davvero. Non voglio cestinare quella creatività che obiettivamente vedo in me da sempre. L’ultima cosa che desidero trovare è un nuovo ultrapatinato strumento hitech nel regalo del collega dell’ufficio a fianco. L’ultima cosa che desidero trovare forse è proprio il collega dell’ufficio a fianco.


Forse dovrei smettere di guardare nel cassetto.
Dovrei smetterla perché trovo solo i sogni di qualcun’altro.

 
posted by emme at 01:01 22 comments
lunedì, febbraio 27, 2006

Doveva essere rinascita.
Doveva essere il momento da cui il sottoscritto riprendeva in mano se stesso, le sue passioni, i suoi propositi.
Diciamo che non è andata come previsto.

Laureato. Sì. Sono un dottore.
Cheffigo. -da leggere con tanta ironia-
Mi sento più vecchio, con un titolo che devo ancora capire di aver meritato, con sempre meno tempo davanti prima della soglia lavoro, con tanti sorrisi, lacrime e mani da stringere. Nonostante avessi minacciato di morte chiunque provasse a venirmi a vedere (e quindi mi imbarazzasse ulteriormente), alla fine della giornata mi sono reso conto di aver fatto una stronzata. Pace e amen. Sarà per la quinquennale, se la finisco. Un po’ di tristezza l’ho sentita: qualcuno che ci doveva essere è mancato e non riesco a far finta di niente. Pace e amen. Sarà per la quinquennale.
Ad ogni modo nella mia testa c’era un complesso piano di conquista del mondo: dopo la laurea tutto sarebbe cambiato, tutto sarebbe cambiato per farmi stare meglio. Un proposito qui, un proposito là … accumulandoli non erano mica pochi. A conti fatti a che punto sono? Zero. Eccheccazzo. Sono davvero capace solo di parlare, parlare, parlare? Vomitare parole, una dietro l’altra? Ultimamente mi sembra davvero di scoprire questo mio, spregevole, lato.
Bhe, ora sinceramente non mi sembra il caso di star qui a insultarmi, visto che già altri fattori si sono impegnati per farmi stare di un gran male. E’ finita una storia, ne accuso tuttora il colpo. Ora sarebbe il momento di raccogliere i cocci e rialzarsi a testa alta … solitamente sono molto bravo a far da consigliare, aiutare chi si trova in questa situazione, ma, come il più classico dei casi dimostra, quando ci sono dentro sono inerme di fronte ai ricordi, alle immagini, ai messaggi, alle facce. Che dire, l’umore di una montagna russa: su e giù, su e giù. Un giorno sto di merda, il giorno dopo sembra migliorare ma un niente mi sconquassa di nuovo, daccapo. Se poi scopro certe cose .. bhe .. allora prendetemi a bastonate che magari sto un attimino meglio.
Come se non bastasse mi arrivano poi soavi parole da amici a cui scopro di tenere tantissimo ogni giorno che passa. Soavi parole era ovviamente ironico, perché se in questi giorni non sdrammatizzo un po’ finisce che i buchi nell’armadio diventano ancora più grossi … altro che sbattere la porta, ci fiondo addosso tutta la testa che si fa prima. Nel saliscendi emotivo scopro pure di deludere qualcuno. Ok, poi mi si dice che esagero, però una delle cose che non vorrei mai nella vita è proprio deludere le persone che stimo di più, quindi direi che non esagero proprio niente. Non so nemmeno cosa dire: perché, come sopra, mi sembra solo e soltanto di parlare.
Poi una sera esco per non pensare e torno a casa dopo dieci minuti, perché lui era li. Torno a casa con l’immagine di loro che si baciano. E io che guardo. E io che non posso fare niente. Bene.

Insomma. Che dire. Una rinascita con i fiocchi. Già già.
Questo ammasso di caratteri non offrono neanche una piacevole lettura, insomma sembra un sequenza di piagnistei di chi vuol fare la vittima. Forse.
Bhe non è così. Non c’è proprio voglia di fare la vittima. C’è semplicemente uno stronzo che voleva stare meglio e invece è precipitato in caduta libera.
Per fortuna che certi amici sono davvero amici. Ci puoi contare, ciecamente. E’ proprio in questi periodi che puoi mettere gli spartiacque tra le cascate di “belle parole”: quelle di persone veramente interessate al tuo bene, e quelle che le dicono giusto perché è brutto non farlo. A voi vorrei dire un sonoro “grazie” e donarvi un abbraccio, che poi lo accettiate o meno. Ecco. Perché ve lo meritate, perché se no starei anche molto peggio.
Un grazie anche al vino, alla birra e tutti i miscugli dannosi al fegato … visto che mi regalano ore di nebbia totale. Meglio così, proprio così.

Ora penso andrò ad annebbiare ancora di più la testolina. Cercare di non pensare è l’unica soluzione … almeno finchè non mi finiscono i soldi nel portafoglio.
 
posted by emme at 18:54 39 comments
giovedì, febbraio 16, 2006
...

il testo sparisce .. lascio i commenti.

però proprio non ti capisco.

...
 
posted by emme at 23:53 12 comments
venerdì, febbraio 10, 2006

Oggi l’umore va un po’ così. E mi faccio accompagnare da chi la mano me la sa tenere saldamente, ma senza fare male. I Radiohead in cuffia. Rigorosamente musica in cuffia, rigorosamente volume alto così che le vibrazioni le senti persino nell’angolo più recondito del cervello.


Poca voglia di pensare, poca voglia di pronunciarsi su decisioni più grandi di me, ora. Sono stato chiuso in casa per due settimane a scrivere la mia bella&brava&educata tesi. Persino la sera, persino la mattina presto al posto del telefilm dei poliziotti in bicicletta.
Ho accumulato uno stress che mai mi era capitato: se mi sollevi una bozza di critica ti mando a fanculo, se mi rispondi male ti mando a fanculo, se non mi capisci ti mando a fanculo, anche se non fai niente ti mando a fanculo. Ho praticamente ricreato le più autodescrittive occhiate fulminanti tra me e mia mamma dagli ultimi cinque o sei mesi. Ho anche acquisito dei tic, fenomenale direi … mi si muovono le dita da sole, o il collo. Bello, nhè? Per non parlare del lessico e il dialogo verbale: persi completamente. Non riesco a racimolare quattro parole decenti per tirare in piedi una cazzo di frase; la gente mi parla e pensa che io sia ubriaco. Ottima impressione. Direi che troppa gente forse mi ha visto ubriaco ... e anche che è bello essere ubriaco. Penso che sarà una delle prime cose che farò, nei giorni immediatamente successivi alla laurea: vino rosso e via, di gusto, bicchiere dopo bicchiere, bottiglia dopo bottiglia. Ho voglia di levarmi di dosso questo pesante mantello di ansia e stress che mi porto dietro ormai da troppo, che pesa sempre più e non smetterà di aumentare nemmeno nella prossima settimana. Non sopporto più nemmeno questo groppo in mezzo al petto, il tipico magone che solitamente mi prende prima di un’esplosione di pianto per qualche profondo squilibrio emozionale. Mh. Non so. Non mi è proprio mai capitato … d’avere tutto questo stress … mi sento quasi come gli ometti in cravatta, nelle pubblicità, che devono bere quei cosini colorati che ti ridanno le energie per ripartire con forza.
Ad ogni modo, poca voglia di pensare. Soprattutto poca voglia di prendere decisioni un po’ affrettate dettate dal clima per niente favorevole. Voglio solo cercare di portare a termine questo ennesimo passo universitario e vincere, come da regolamento, le mie lettere puntate prima del nome. Poi … poi posso esplodere, ecco. Posso esplodere e sporcare tutti questi bei muri bianchi di quel sangue che più rosso non ce n’è. Basta che qualcuno raccolga, tra i miei resti, quel denso pugno ancora pulsante. Basta che qualcuno prenda il mio cuore e se lo porti a casa. Ecco.

Portami a casa, amore. Ho solo voglia di non pensare più.

 
posted by emme at 20:29 13 comments
sabato, gennaio 28, 2006

Sento gli occhi stanchi. Bruciano un po'. Le palpebre pesanti. Sintomi di ore di sonno mal gestire ... e quando mai l'ho fatto bene? Mi piace stare seduto qui fino a tardi, nel silenzio, nel buio rotto soltando dalle due lampade di rosso tenue.
Bolle che salgono, bolle che scendono. Cera bollente. Cera malleabile.
Certe cose cambiano.

Non capisco perchè alla fine sia così. O meglio ... non capisco come ci siamo arrivati. Se ne parlava più per curiosità che per altro, non ne facevamo un problema, semplicemente non sapevamo dare il perchè. E ora è un qualcosa, di reale, impossibile da scordare. Se ne sta in un cantuccio, ci guarda vomitare parole su parole, malcontento su malcontento, standosene zitto ... crede di aver già vinto, aspetta solo che la preda stramazzi. Come un avvoltoio. Aspetta che io stramazzi. Aspetti pure. Tsk.
Aspetti pure, perchè io non ci sto. Perchè non ho mai creduto nel destino, nella fatalità, nell'aspettare inerme un "qualcosa" che cambi il mio stato vivente. Certe cose non sono come un treno da prendere alla stazione, da aspettare quando è in ritardo ... nè tantomeno da perdere. Io sono fatto così. E preferisco alzare il mento, mettermi di buona lena e camminare, arrivare dove devo arrivare senza che qualcuno o qualcosa mi dica quale binario imboccare. Non è anticonformismo, è semplicemente quello che si dice scegliere. Che sia la strada giusta o quella sbagliata ha un significato relativo, lo lascio ai momenti in cui potrò piangere e rimpiangere. L'importante è scegliere. Uccidere l'avvoltoio. Amare.
Ti voglio bene e non voglio finisca qui. Così.

Farsi scivolare addosso le cose è davvero stupido.
Come dice il mio amico Pierluigi, "la vita è una figata".
Non aspettarla al binario.
Al freddo.
Da solo.
 
posted by emme at 01:08 14 comments
giovedì, gennaio 12, 2006

Era tutto perfetto.
Avevamo la gente, il pretesto, l'alchool e la demenza. Abbiamo tirato fuori dal cilindro uno di quei conigli rari, che nemmeno il prestigiatore si ricordava d'aver lì dentro. Un clima assurdo, amicizie che sbocciano come fosse primavera, pacche sulle spalle e risate ... come se ci conoscessimo da un'eternità.
Era tutto perfetto. Perchè cazzo bisogna rovinarsi con le proprie stesse mani?

Nessuno vuole giudicare nessuno, soprattutto nessuno vuole giudicare alcun sentimento, perchè la vita è tale proprio per quello che si sente, qui dentro il petto fin alle vibrazioni più remote. Eppure per una cosa così piccola, per qualche parola ma soprattutto orecchia di troppo, tutto si ingigantisce. Ci ritroviamo al gioco dei tre ... della puttana facilona, del cornuto rincoglionito e del vichingo bello come il sole. Ma lei chi la conosce? E lui da quando è cieco? Ma soprattutto l'altro chi l'ha interpellato? In un grande reality show, sono sempre e comunque gli spettatori a fare la differenza: quelli che in un primo momento guardano, inizialmente svogliati poi incuriositi, e dopo finiscono per parlare, sparlare, giudicare e trarre le conclusioni più disparate. Come in un grande spettacolo, sono quindi gli spettatori a dettare le regole. Chi conosce questa a cui piacciono tutti? E quel sensibolotto un po' sfigato? Ma soprattutto quel simpatico omaccione? Gli spettatori. E chi li tiene vivi? Gli spettatori. E chi li uccide? Sempre gli spettatori.

Divagazioni e ironie a parte, avevamo l'occorrente per partire alla grande e io avevo già allacciato la cintura. Adesso uno di quelli che mi bisbigliano dietro è pregato di muovere il culo e slacciarmela, perchè ho voglia di prendere e farmi un bel giro per i cazzi miei.


A presto presto, perchè so già che vi amerò di nuovo ... fra non molto.
In fondo sono un coglione, come posso serbare rancore?
 
posted by emme at 23:49 15 comments